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50° Anniversario dell'Alluvione a Firenze 1966-2016

SANTA CROCE

Durante l’alluvione del 4 novembre 1966, nel Quartiere di Santa Croce, situato sotto il livello dell’Arno, l’acqua raggiunse i 5 metri d’altezza, il livello più alto di tutta la città. Ingenti furono i danni alle opere d’arte della Chiesa di Santa Croce, della Cappella dei Pazzi e del Museo dell’Opera. Prima fra queste il crocifisso dipinto da Cimabue nel XIII sec. che perse il 70% della pittura e che solo in seguito ad un difficilissimo restauro, fu poi ricollocato nel Cenacolo. L’acqua raggiunse anche la prigione delle Murate dove i carcerati furono messi in salvo grazie all’intervento della popolazione che accolse alcuni di loro nelle proprie case.

DUOMO

La mattina del 4 Novembre del 1966 l’acqua dell’Arno in piena invase e sommerse Piazza del Duomo da dove iniziò a defluire solo alle 8 di sera. Nella navata della Cattedrale l’acqua superò il metro e mezzo, causando danni alla cripta di San Zanobi e agli scavi della Chiesa primitiva di Santa Reparata, le cui strutture, cedendo, danneggiarono il pavimento marmoreo della Cattedrale stessa. La violenza dell’onda di piena spalancò e travolse la Porta del Paradiso del Battistero dalla quale si staccarono quasi tutte le formelle del Ghiberti. Determinante fu l’intervento dei tecnici e degli scalpellini dell'Opera del Duomo che tuttora si occupano della manutenzione delle opere della Cattedrale, del Battistero e del Campanile di Giotto e che, allora,  lavorarono ininterrottamente al recupero.

PONTE VECCHIO

Edificato poco prima dell’anno 1000, nel punto più stretto del fiume dove in origine sembra ci fosse un guado, il Ponte Vecchio fu distrutto, come tutti gli altri ponti di Firenze, dall’altra grande alluvione del 1333. Ricostruito nel 1345 ospitò, a partire dal 1442, le botteghe dei macellai, sostituite un secolo dopo dalle più nobili botteghe di orafi e gioiellieri. Il 4 novembre del 1966 il Ponte Vecchio riuscì miracolosamente a sopportare l’enorme ondata del fiume che raggiunse il livello di 11 metri, trascinando con sé nafta e detriti di ogni genere. Sembra che gli unici fiorentini a essere stati avvisati dell’immi-nente alluvione siano stati proprio gli orafi del Ponte Vecchio che, allertati da una telefonata di una guardia giurata, all’alba riuscirono a mettere in salvo i loro gioielli.

GALLERIA DEGLI UFFIZI

Situati sulle sponde dell’Arno, a pochi metri da Ponte Vecchio, gli Uffizi fu-rono uno tra gli edifici più danneggiati dall’alluvione del 4 novembre 1966 che allagò il primo piano e i depositi sotterranei danneggiando gravemente gran parte delle opere d’arte fra cui dipinti del Botticelli, del Vasari e di Paolo Uccello. Dall’Italia, da tutta Europa e dall’America accorsero migliaia di vo-lontari, passati alla storia come «Gli angeli del Fango», per aiutare a mettere in salvo i capolavori minacciati dall’acqua e dal fango. Per mesi si dedicarono, senza sosta, al recupero dei tesori della nostra città. Ted e Jacqueline Kennedy fondarono il «Comitato per il Recupero dell’Arte Italiana» che, grazie al con-tributo di facoltosi benefattori di tutto il mondo, garantì sostegno economico alle complesse operazioni di restauro.

BIBLIOTECA NAZIONALE

Venerdì 4 novembre 1966 l’Arno ruppe gli argini proprio davanti alla Biblio-teca Nazionale e riempì i Magazzini sotterranei e la Biblioteca fino a 6 metri di altezza. Migliaia di volumi, tra cui manoscritti antichi e rare opere a stampa rimasero sommersi e coperti di fango. Solo l’instancabile opera di 500 «Angeli del fango», che lavorarono per mesi al freddo, dormendo anche nei vagoni dei treni alla Stazione di Santa Maria Novella, rese possibile il salvataggio parziale del patrimonio della Biblioteca che, tuttavia, perse irrimediabilmente una parte consistente della propria collezione. Anche i maestri essiccatori del tabacco di Città di Castello intervennero in soccorso per il recupero dei libri e giornali, mettendo a disposizione i propri capannoni normalmente utilizzati per l’asciugatura e l’essiccazione delle foglie di tabacco.

PIAZZALE MICHELANGELO

Era il 4 novembre del 1966 ed i fiorentini si stavano preparando a festeggiare l’anniversario della vittoria della Prima Guerra Mondiale. In pochi si recarono a lavoro o nei campi e questo contri-buì a salvare molte vite. La pioggia non cessava dal 25 ottobre e anche se nella notte la situazione divenne critica, soprattutto nei comuni limitrofi, non venne dato alcun allarme per evitare il panico generale. Così quando all’alba l’onda di piena invase la città, riversando per le strade 250 milioni di metri cubi di acqua, la maggior parte dei fiorentini rimase confusa e inerme e molti si rifugiarono sulle colline e al Piazzale Michelangelo: le strade erano inagibili, i ponti sommersi, mancavano la luce e il gas e la linea telefonica non funzionava. Firenze era completamente iso-lata e divisa in due. I primi ad accorrere furono i Vigili del Fuoco e i bagnini della Versilia con gommoni e pattini, ma le squadre e i mezzi di soccorso erano totalmente inadeguati. Solo dalle 8 di sera le persone rifugiate sui tetti videro i primi segni di ritirata dell’acqua.

ARTI & MESTIERI

I danni materiali dell’alluvione del 4 novembre 1966 furono gravissimi: l’ac-qua, il fango, la nafta e gli incendi distrussero e danneggiarono, oltre alle can-tine e alle case, quasi 10.000 negozi e 8.500 botteghe. I fiorentini, da subito, si rimboccarono le maniche e non persero la loro indole vivace e irriverente. Molte battute, per quanto amare, riempiono i racconti di chi aveva vissuto quei terribili giorni e, sulle vetrine dei negozi, non mancarono cartelli burle-schi. Alcune trattorie, ad esempio, esposero avvisi con scritto “oggi specialità in umido” e diversi negozi appesero cartelli con frasi del tipo: “ribassi incre-dibili, prezzi sott’acqua!”, oppure, “Vendiamo stoffe irrestringibili, già bagna-te”. Lo spirito fiorentino prevalse anche in occasione del Natale successivo quando il centro della città fu addobbato con i resti e i detriti dell’alluvione.

 

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